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Articolo per pazienti Pubblicato: 22/12/2013 Lettura: ~2 min

Abbassare la temperatura a 33°C dopo un arresto cardiaco non è più efficace di 36°C

Fonte
N Engl J Med 2013; 369:2197-2206.

Autore articolo originale:👨‍⚕️ Annalisa Mongiardo

Informazioni rapide
Contenuti derivati da testi redatti da Medici specialisti in ambito cardiovascolare, adattati usando un linguaggio semplice per aiutarti a capire meglio la tua salute
Categoria: 1047 Sezione: 24

Abstract

Dopo un arresto cardiaco, è importante aiutare il corpo a recuperare nel modo migliore possibile. Uno dei trattamenti usati è il raffreddamento controllato del corpo, chiamato ipotermia terapeutica, per proteggere il cervello. Questo testo spiega i risultati di uno studio che ha confrontato due livelli di raffreddamento per capire quale sia più utile.

Che cos'è l'ipotermia terapeutica dopo un arresto cardiaco

Quando una persona ha un arresto cardiaco e viene rianimata, può rimanere incosciente. In questi casi, il rischio di morte o di danni al cervello è alto. Per aiutare a ridurre questi rischi, i medici usano l'ipotermia terapeutica, cioè raffreddano il corpo a una temperatura controllata.

Lo scopo è evitare la febbre, che può peggiorare i danni cerebrali.

Lo studio confrontato

Uno studio internazionale ha coinvolto 950 adulti che erano rimasti incoscienti dopo un arresto cardiaco avvenuto fuori dall'ospedale. Questi pazienti sono stati divisi in due gruppi:

  • Un gruppo è stato raffreddato a 33°C, una temperatura più bassa.
  • L'altro gruppo è stato mantenuto a 36°C, una temperatura più vicina a quella normale ma comunque controllata per evitare la febbre.

Risultati principali

Lo studio ha valutato due aspetti:

  • La mortalità (quante persone sono morte) fino alla fine dello studio.
  • Un insieme di risultati che includevano la morte e la presenza di deficit neurologici (danni al cervello) a 180 giorni dal trattamento.

Alla fine, i risultati sono stati molto simili tra i due gruppi:

  • Il 50% delle persone raffreddate a 33°C è morto, contro il 48% di quelle a 36°C.
  • Il 54% del gruppo a 33°C è morto o ha avuto problemi neurologici, contro il 52% del gruppo a 36°C.

Queste differenze non sono risultate statisticamente significative, cioè potrebbero essere dovute al caso.

Cosa significa questo per i pazienti

Il raffreddamento a 33°C non ha mostrato un beneficio maggiore rispetto al raffreddamento a 36°C. Entrambe le temperature aiutano a prevenire la febbre e i danni al cervello, ma non c’è evidenza che una sia migliore dell’altra.

In conclusione

Per le persone che rimangono incoscienti dopo un arresto cardiaco e vengono rianimate, mantenere una temperatura controllata è importante. Tuttavia, abbassare la temperatura in modo drastico a 33°C non offre vantaggi rispetto a una temperatura più mite di 36°C. Questo aiuta i medici a scegliere il trattamento più adatto, basandosi su evidenze scientifiche.

Autore articolo originale: 👨‍⚕️ Annalisa Mongiardo
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